Buttiamo uno sguardo su Fregene com’era .Qui ospiteremo le narrative comunitarie del passato che si presenteranno come storia, racconti ,foto, aneddoti o eventualmente interviste a persone, tutto ciò insomma che può aiutarci a ricostruire le radici di Fregene e a farle conoscere agli altri attraverso un processo di condivisione anche critica se si ritiene opportuno.Magari così,attraverso una rielaborazione affettiva del passato potremo capire meglio il presente e, con l’analisi di miti e i riti che hanno scandito la storia fregenate, essere più consapevoli di dove ci si voglia dirigere in futuro.


Fregene 15/09/2009 - Emozioni e ambiente
Durante un giorno triste, cupo senza suono, verso il finire dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finchè ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica Casa Usher. Non so come fu, ma al primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito.
E.A. Poe, I racconti del terrore
Quali sono le emozioni suscitate nel soggetto dagli ambienti? Ma cos’è l’emozione?
E’ uno stato psicologico complesso. Secondo un modello generale((Kleinginna e Kleinginna 1981) per descrivere uno stato emozionale deve esserci la presenza di quattro componenti: una componente affettiva(attrazione o ripulsa, piacere o dispiacere); una cognitiva (percezione dello stimolo che provoca l’emozione, sua valutazione ed etichettamento); una fisiologica (attivazione di adattamenti fisiologici, eccitazione); una comportamentale (espressione facciale e corporea, predisposizione all’azione).
Alcuni definiscono l’emozione come uno stato affettivo intenso e di brave durata (D’urso e Trentin 1992). Le emozioni-base considerate nella letteratura classica sono di solito 6: gioia, tristezza, sorpresa, rabbia, paura e disgusto. Emozioni più complesse sono invece, per esempio, invidia, gelosia, orgoglio, ammirazione, disprezzo, noia, imbarazzo.
Parlando di emozioni ambientali potremmo dire molto semplicemente: piacevole o spiacevole. Ciò però non è sufficiente a spiegare il perchè ci piace o non ci piace un’ambiente, ci attrae o ci respinge, se non in relazione alle esperienze passate e agli scopi presenti, momentanei o permanenti che siano dell’individuo stesso.
In un modello molto noto di Kaplan e Kaplan e collaboratori, si sottolineano
le preferenze ambientali in relazione a due dimensioni primarie: la comprensione (cioè dargli un senso, attivare uno schema mentale se lo possediamo) e l’esplorazione è il tentativo di approfondirne la conoscenza (anche con l’azione). La comprensione e l’esplorazione di certi aspetti dell’ambiente possono essere immediatemente percepite oppure dedotte cioè inferite. Affinchè il soggetto cioè l’individuo con tutte le sue caratteristiche personali, le sue esperienze passate, i suoi scopi attuali possa dare una valutazione affettiva positiva di un ambiente, devono essere soddisfatte, rispettivamente nei quattro incroci delle dimensioni di cui sopra, le condizioni di: coerenza, leggibilità, complessità e mistero.

Comprensione Esplorazione

immediata coerenza complessità
inferita leggibilità mistero
Fonte: Kaplan (1987)
La
coerenza e, in modo inferito, la sua leggibilità si riferiscono alla nostra possibilità di riuscire a riconoscerlo, a valutarlo, a categorizzarlo in modo che i nostri sforzi cognitivi non ne siano frustrati.
La
leggibilità, concetto preso da Lynch, (1960) per Kaplan (1987) significa la possibilità di fronte alla rappresentazione di un ambiente, di prevedere come orientarsi una volta entrati più profondamente nella scena. Ad esempio se una persona non è mai entrata in un bosco potrebbe provare un senso di inadeguatezza all’idea di inoltrarsi, connotando negativamente questa esperienza emozionale e quindi sviluppare un senso affettivo di rifiuto. Lo stesso potrebbe verificarsi per l’ambiente città.
La
complessità,( che non deve andare a scapito della leggibilità) sul piano dell’esplorazione, suscita sentimenti più positivi perchè gli ambienti più complessi sono più ricchi di stimoli percettivi.
Il
mistero infine è quella caratteristica che ci lascia prefigurare che addentrandoci, si otterranno più informazioni. Ad esempio una stanza con la porta spalancata su un’altro ambiente dove si vedono altre camere o finestre che si aprono o, parlando di ambienti naturali , ad esempio, un bosco con alti alberi all’interno del quale si addentri un sentiero.
Questo sentimento di attrazione per la possibilità di avere ancora nuove conoscenze, che prospetta la possibilità di apprendere cose nuove è certamente uno dei più primitivi e universali che ha permesso l’evoluzione del genere umano.
In questo senso la non leggibilità di alcuni ambienti, può essere per le menti curiose uno stimolo, una sfida ai nostri processi cognitivi che vengono attratti dalla promessa di nuove conoscenze.
Versione adattata e/o tratta da “Psicologia Ambientale” di Maria Rosa Baroni



Fregene 15/11/2008 - Villa Perugini
Fra i meravigliosi esempi di architettura contemporanea esistenti a Fregene ricordiamo oggi Villa Perugini situata in via Porto Azzurro.
L’autore è l’architetto Giuseppe Perugini(1914-1995) argentino di nascita ma italiano d’adozione.
Professore di Composizione Architettonica avrà nel campo della progettazione e della ricerca architettonica numerosi riconoscimenti. Villa Perugini è sicuramente sorprendente e desta curiosità sia negli “addetti ai lavori” sia nelle persone comuni. La villa balza all’occhio subito per la sua recinzione di metallo curvato verniciato di rosso che ne delimita i confini di proprietà. Oltre alla villa esistono due architetture sperimentali : l’elemento sfera (una cellula abitativa di 5 mt. di diametro) e i “tre cubetti” unità abitativa composta da tre cubi di cemento armato, una vera e propria abitazione di 35mq. La villa, il principale elemento di sperimentazione, è costruita interamente in cemento armato( come gli altri due esperimenti del resto) ed ha una struttura portante con imponenti travi e pilastri. Gli altri materiali usati sono l’acciaio e il vetro. L’erede della villa è il figlio Raynaldo, architetto anch’egli e docente di storia dell’architettura moderna. La villa viene da lui descritta in un’intervista con le seguenti parole: ” Essendo tutti e tre architetti (anche la madre Uga de Plaisant) era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva soluzioni e nascevano discussioni...era una sorta di grande laboratorio... immaginatevi un plastico in scala reale!
Questa era la casa di Fregene, un plastico al vero in cui ognuno metteva del suo. Una sorta di bottega globale nella quale lavoravamo tutti e per ogni problema c’erano un’infinità di soluzioni possibili. Infatti la cura dei dettagli e la messa a punto di tutte quelle soluzioni che hanno portato alla casa com’è oggi sono stati affrontati nella messa in opera. La particolare caratteristica costruttiva la rende un grande gioco di costruzioni...”. La casa è concepita in modo da consentire una libertà creativa assoluta e offre una possibilità compositiva delle singole parti pressochè illimitata.
“ E’ fatta in modo tale che possa essere cambiata e modificata - conferma Raynaldo-
questa era l’ideologia del progetto di mio padre”. Villa Perugini è entrata a far parte della storia dell’architettura contemporanea e rappresenta “una delle soluzioni possibili” di un modello teorico.
Versione adattata tratta da “quifregene” dall’articolo di Gaia Rengo



Fregene 6 settembre 2008 - Ex Villa Moravia
L’ ex casa di Alberto Moravia è attualmente di proprietà di Gianfilippo e Giuliana Lippi proprietari modello che dopo averla ereditata continuano a prendersene cura e a difenderla. Moravia nel ’55 rilevò la concessione demaniale della casetta edificata sulle rive dell’Arrone al villaggio dei pescatori e, dopo l’alluvione del ‘65 che la distrusse completamente, la ricostruì ex novo grazie all’aiuto nella progettazione dell’architetto Maurizio Aymonino. Si decise di realizzarla sostenendo le fondamenta su piloni di cemento armato profondi 10 metri. Lo scrittore aveva eletto questo rifugio“luogo dell’anima” e si ritrovava lì a volte con i suoi amici più carì.
Fra loro c’era una coppia di pittori, Enzo Brunori e la compagna Vittoria Lippi, ai quali nel ’73 Moravia decise di vendere la casa. La costruzione è rimasta sostanzialmente uguale sino ad oggi ed è riuscita a resistere bene alla piena dell’Arrone del ’76 grazie proprio ai pilastri sotterranei così solidi. La villa si presenta su due piani distinti ed è stata arredata da Giuliana Lippi Boncampi, architetto d’interni, che ha voluto usare materiali semplici, poveri e colori che richiamano lo splendido scenario che si può osservare dall’alba al tramonto dalle finestre. Ex Villa Moravia non è più solo una casa privata è diventata un simbolo che rievoca, materializza ed esprime il genius loci (lo spirito del luogo) del villaggio dei pescatori la sua essenza profonda e ultima che sembra ormai retaggio d altri tempi. La vita dura della gente di mare che lotta, resiste e soppravvive alle difficoltà, alle intemperie e alle avversità con la semplice determinazione che a volte solo i forti e gli umili hanno. L’attività e l’intervento umano in relazione ai luoghi vengono considerati tanto più azzeccati quanto più riescono a identificare il carattere essenziale del luogo e a creare ambienti umani che siano in sintonia con esso. Ecco Moravia seppe accettare la sfida del genius loci e la sua casa edificata proprio lì sull’argine dell’Arrone la interpreta magnificamente.

Si narra che la capitaneria di porto, dopo che la casa dello scrittore fu distrutta dalla piena nel ’65, gli propose di ricostruirla più lontano dal letto del fiume, per sicurezza, ma egli rifiutò e preferì rinforzarne le radici profonde dentro la terra e la sabbia ed è così che questa spartana dimora è soppravvissuta ai vari eventi, in stretta simbiosi con le forze della natura circostante di cui gioisce e ne accetta i rischi. Oggi, come abbiamo accennato in apertura, la ex villa Moravia non corre pericolo di cadere fra le grinfie di gretti speculatori o di essere vittima della noncuranza o del disinteresse dei nostri amministratori, sia perchè fortemente amata dai suoi proprietari sia perchè situata su terreno demaniale in zona a rischio dissesto idro-geologico. Ma esistono molte altre case-simbolo che sono investite da una rappresentazione affettiva e cognitiva a vario titolo e che insieme ad altre caratteristiche fisiche dell’identità di luogo contribuiscono a mantenere nei suoi abitanti (quelli che ne sono consapevoli) una sorta di attaccamento a Fregene. Alcune di queste costruzioni, in particolare, hanno la peculiarità di riuscire ad elicitare la memoria del passato, i suoi vissuti e di fare da anelli di congiunzione con il futuro. Oggi,purtroppo però, esiste il forte rischio di annientamento, sparizione o smembramento senza il mantenimento di alcuna traccia fisica di loro e anche della natura circostante che ne ha giustificato il legame intrinseco.
Se non ci si impegnerà per la conservazione di entrambi Fregene perderà alcune delle caratteristiche che la rendono unica e particolare nel suo genere; la perdita di questi “pezzi di storia” potrebbe provocare una rottura nella valenza affettiva dell’attaccamento al luogo o al non riconoscimento dello stesso con le conseguenze di disagio psicologico che ne possono derivare. Villa Fellini docet, una ferita sempre aperta che ci serve da monito.



Fregene: Demolita villa Fellini
LA STORIA
Poche parole. «Così muore tutto», dice Sandra Milo. Via Volosca 13, Fregene. La villa di Fellini non c' è più, il 10 gennaio 2006 l' hanno rasa al suolo le ruspe. In compenso, al suo posto, sono nate 12 splendidi villini a schiera. Anzi, «villini esclusivi», come recita il cartello dell' ufficio vendite Oxalis. Fregene tradisce Fellini: demolito il suo rifugio Al posto dell' abitazione donata dall' artista a Giulietta Masina sono nate villette a schiera super moderne con il nome di Oxalis nome poetico d' un fiore, ma intanto il lussureggiante giardino d' un tempo, 3 mila metri quadri anche quello è stato completamente spianato. E non ci sono più le dalie nè le rose nè i gelsomini o la bougainvillea e i lecci e il pino storico tanto caro al Maestro e a Giulietta Masina.

Ah, Gelsomina... «Fellini immaginava che là dentro, sotto la corteccia del pino - ricorda la Milo, commossa - ci abitassero persone straordinarie, folletti magici - Potrebbero fare la stessa fine anche le ville di Lina Wertmuller, Alberto Moravia, Ennio Flaiano. I
costruttori qui a Fregene hanno il delirio d' onnipotenza sostiene F. Monaco giornalista. Un altro progetto devastante ha visto la trasformazione di Villa Fiorita, il vecchio, mitico, albergo di via Castellammare, in un complesso di 20 appartamenti. E Villa Pecorella è diventata ormai settevillette...». Errore storico: non ci siamo resi conto che in quella casa aveva abitato per oltre vent' anni il Maestro afferma il sindaco Canapini. Purtroppo è così. Quella casa non figurava nell' elenco dei beni da tutelare Gli uffici neanche sapevano, probabilmente, che si trattava della casa in cui aveva abitato Fellini. Non c' era scritto da nessuna parte». Tuteleremo la villa di Moravia, quella di Flaiano, qualcosa faremo...». Però il binomio Fregene-Fellini sembrava davvero indissolubile. A Fregene furono girati «Lo sceicco bianco», «Giulietta degli Spiriti» e alcune scene della «Dolce vita», «Satyricon» e «La città delle donne. «I veri Vip di Fregene oggi sono i costruttori», taglia corto Mastino proprietario di un noto ristorante locale. «Sono indignato - dice al telefono Marco Sani, presidente cinefilo del Festival Fregene per Fellini -. Fino all' ultimo ho tentato di convincere gli eredi del professor Ercole Sega, già direttore dell' Istituto tumori del Regina Elena, a non vendere la casa. Purtroppo, non ci sono riuscito”. «In quella villa - sospira adesso il dottor Sani - si sarebbe davvero potuta realizzare una grande Casa del Cinema, organizzando seminari, mostre, ospitando registi e studenti stranieri...». Fregene continua a perdere pezzi.
Versione rivista tratta dal Corriere della sera del 23 /02/2006